"Mina Sings in the Vatican Basilicas" - Press section

 

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Comunicato Stampa- Press Releaes




INSIDE THE VATICAN WITH MINA: GREGORIAN CHANTS AND FULLSCREEN VIRTUAL REALITY PANORAMAS

 
 
LUGANO, Switzerland – December 21, 2003 – VRWAY Communication has just launched a special website with sixteen fullscreen panoramas of the Vatican and its historical basilicas, accompanied by Gregorian chants performed by Mina Mazzini, Italy’s legendary diva.
 
The Vatican granted VRWAY special access that allowed an international team of photographers to capture the beauty of the Vatican’s basilicas and surroundings – including St. Peter’s, Santa Maria Maggiore, San Paolo Fuori le Mura and San Giovanni di Laterano.  These photographs have been converted into fullscreen 360-degree virtual reality panoramas, and are also available on VRWAY’s online magazine, VRMAG.
 
Mina was immediately enthusiastic when approached with the project and kindly agreed to lend her haunting Gregorian chants, from her Dalla Terra CD, as musical accompaniment.
 
The Vatican project, entitled ‘The Beauty of the Vatican, in Virtual Reality, with Italian Diva Mina’, is available in a range of technology that render it easily accessible to those with high-speed Internet connections as well as those using dial-up.  No software downloads are needed to view the panoramas, although users with the QuickTime plug in and Zoomify components will be able to access the full range of technical features.
 
 VRMAG® is the premier online magazine dedicated to exploring the people, places and events of the world with virtual reality (VR).  It also addresses more technical issues of interest to the VR professional community with a subsection, entitled VARTIST, with articles on well-known VR professionals. VRMAG® is published by VRWAY®.
 
VRWAY Communication creates premium quality 360-degree VR panoramas and objects that deliver a high sensory impact for its clients, as well as custom designed solutions.  The Company prides itself on minimizing client costs with its (professional photographer network and) state-of-the-art post-production facility, while maximizing product deployment through a broad package of media outlets, such as Internet websites, print advertising, multimedia kiosks and DVD/CD-ROMs.  VRWAY delivers scalable bandwidth (56K, broadband) and technology (Apple’s QTVR, Java, Flash) solutions to its clients in the tourism, travel and retail industries utilizing its Apple I Services-designed proprietary application server.
 
Links:
VRMAG:  http://www.vrmag.org
VRWAY:  http://www.vrway.com
‘The Beauty of the Vatican, in Virtual Reality, with Italian Diva Mina:
http://vrm.vrway.com/issue14/THE_BEAUTY_OF_THE_VATICAN_IN_VIRTUAL_REALITY_WITH_ITALIAN_DIVA_MINA.html
 
Media Contact:
Marco Trezzini
3z@vrmag.org
Tel :  +41 091  9616161(office)            GSM +41 079  3570400 (mobile)
Fax : +41 091 9616162
Via Besso 59 6900 Lugano, CH
 
 


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Recensioni - Reviews


IL MATTINO

Mina: arie sacre, anzi canzoni d’amore
E “Quanno nascette Ninno” diventa un capolavoro dai toni jazz
di Federico Vacalebre

ECCOLO, l’annunciato disco di arie sacre intonate da Mina. Solo lei poteva permettersi di trattare i versi di santa Teresa D’Avila o l’“Ave Maria” come se si trattasse di canzoni d’amore: perché si tratta di canzoni d’amore. Se intona il “Pianto della Madonna” di Monteverdi, Mina diventa la Madre che piange il suo Figlio, se affronta una lauda medievale ha la voce della Mamma che geme di fronte al Figlio - prima ancora che al Cristo - morente.
I dodici brani di “Dalla terra” non sono inni devozionali, non hanno il distacco formale che accompagna normalmente la letteratura canora del genere: persino più che in passato Nostra Signora della Canzone si identifica totalmente con quanto interpreta, attinge alla sterminata tradizione cristiana lavorando con l’aiuto di un teologo, ma poi reiventa il tutto alla sua maniera, senza mettere da parte la carnalità assoluta della sua voce: un’intrusione profana, pagana, che le permette di comunicarci l’estasi e il tormento, il dolore terreno (ecco il perché del titolo) e la più alta dimensione spirituale.
Musica celeste, ma anche musica delle sfere, insomma, in un religiosissimo elogio della bellezza, della sapienza e della poesia di cui sono intrisi i brani scelti. Un disco anticommerciale forse, almeno ora che il Giubileo volge al termine. Ma un disco bello, sensuale, profondo. E non solo per chi crede che il canto sia la miglior forma di preghiera, che “cantare sia come pregare due volte” (Woytjla). “Mia madre ha voluto dedicarsi a questo progetto anima e corpo”, spiega Massimiliano Pani, figlio e produttore di Mina. “È un lavoro lontano anni luce da ogni logica commerciale, nato dall'esigenza di mamma di visitare uno dei pochi territori rimasti vergini nella sua lunga carriera: lei aveva già cantato ogni genere e ogni autore, dalla bossa nova al jazz, dalla canzone napoletana ai Beatles.
Così ha scelto queste pagine sacre, convinta che non sia moderno solo ciò che è nuovo.
Ora il nostro sogno, e non per motivi economici, è che il cd vada in classifica: la Sony classic, che si occupa del mercato internazionale, è rimasta molto colpita dall'operazione, eretica sotto molti punti di vista”. Trasformata in ex voto in copertina (opera del solito Balletti), Mina parte dal Vangelo secondo Luca: monsignor Frisina, reduce dalle collaborazioni canore con Amedeo Minghi e Paddy Moloney, mette in musica quel “Magnificat” che conquistò anche Paul Cladel e Alvaro de Campos (alias Fernando Pessoa). Poi si serve del piano jazz di Danilo Rea per una lauda medievale, mentre Gianni Ferrio firma la partitura di “Memorare” (su testo attribuito a san Bernardo di Chiaravalle).
Poi c’è lo “Stabat Mater” di Pergolesi, il canto gregoriano di “Omni die”, quindi un capolavoro, “Quanno nascette Ninno”, rielaborata e illuminata di languidi toni jazz da Andrea Braido, chitarrista rockettaro della corte di Vasco Rossi: il caldo contrabbando di Massimo Moriconi prepara il terreno all’ugola di Mina che improvvisamente rallenta, allunga le vocali dell’antico dialetto napoletano, stoppa, coccola e violenta la melodia. La liturgia della Pentecoste, Monteverdi, un mottetto a due voci di Michelangelo Grancini, l’“Ave Maria” di Gounod: Mina (in)canta in italiano, spagnolo, latino e non diventa mai noiosa. La sua voce si alza, poi improvvisamente si fa bassa e greve, insegue l’Infinito e subito dopo dichiara la sua caducità terreste, la sua carnalità mai rinnegata.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando scandalizzò l’Italia per la sua relazione adultera con Corrado Pani, ma Anna Maria Mazzini continua a non temere il giudizio altrui.
Dopo il “bagno” nelle arie sacre, progetta lo sbarco in Internet: “Abbiamo iniziato presentando questo disco sulla rete”, spiega Massimiliano, “e a fine mese lanceremo il sito di Mina, in cui sarà possibile trovare tutto ciò che la riguarda, e dialogare con lei, che sceglie come sempre forme e contenuti del sito. La capacità di scegliere da sola, rischiando in prima persona, è il segreto della longevità del suo successo”. Pronto ad essere ribadito dal nuovo progetto dedicato a Modugno.


IL GIORNO

Mina alla radice delle emozioni
Esce 'Dalla terra', album che la signora della nostra canzone ha dedicato alle arie sacre.
Un'Ave Maria di Gounod da brividi

MILANO, 3 OTTOBRE - La porta girevole che ha catapultato il tenore Bocelli fuori dall'Hotel Classico sulla piazza grande del leggero - incredibile - adesso risucchia Mina nei locali ovattati della musica alta. "Dalla terra" è l'album a sorpresa della Voce, che della sorpresa ha sempre fatto il suo "pedale", il suo basso continuo, il suo motivo conduttore.
Mina è sacra: nell'album che esce oggi c'è la faccia ancora non vista del suo sfuggente pianeta, quella più meditativa e antica. Mina va alla ricerca delle radici che nessuno, forse nemmeno lei, pensava fossero nelle fibre del suo canto: la musica sacra del Duecento, del Cinquecento, del Seicento, del Settecento.
Mina si è appropriata quasi di tutto, dal jingle al jazz ai Beatles. Ma del Laudario di Cortona (secolo XIII), dello "Stabat Mater" di Pergolesi (1710-1736), di Monteverdi (1587-1643), di Gounod (1818-1893), finora mai. E come se ne appropria? Alla maniera sua, stampando sugli originali la piastra pesante del suo stile e della sua voce carica di emozione, anche se "Dalla terra" è un progetto molto studiato e per certi versi quasi cerebrale.
Mina s'è affidata ad alcuni consiglieri e ha scelto alcuni punti della storia della musica sacra collegandoli come in un gioco enigmistico, per vedere quale disegno ne uscisse. Il disegno è ancora un altro enigma, perchè la libertà stilistica domina senza ostacoli.
Il duecentesco "Voi ch'amate lo criatore", dal "Laudario di Cortona", diventa un Lied con pianoforte che potrebbe arredare una schubertiade. "Quando corpus morietur", dallo "Stabat Mater" di Pergolesi, prende l'aspetto di una preghiera laica a due voci, con retrocanto di Mina stessa. "Omni die", di Anonimo del XII secolo, si mette sulle spalle uno scialle folk. "Quanno nascette Ninno" (1696-1787), si camuffa da standard jazz con basso caldo e spazzole soft.
Il "Pianto della Madonna", dalla "Selva morale e spirituale" del divino Claudio (Monteverdi), strappa il genere del Lamento dal sofà della storia e lo schiaffa sulla sedia della Canzone.
L'"Ave Maria" di Gounod, jazzata strumentalmente ma liricamente forte e acuta in voce, è una delle versioni meno dolciastre mai ascoltate finora. Le radici della vocalità italiana sono nei marmi delle chiese, prima ancora delle assi del teatro. Mina lo sa bene, ma a sè non può rinunciare e quel che la sua voce aggiunge è la vibrazione del nostro tempo.
di Carlo Maria Cella

REPUBBLICA

Nel Vangelo secondo Mina il Magnificat è un blues
Esce venerdì prossimo l'album di inni sacri interpretati dalla cantante, intitolato "Dalla terra"
di GINO CASTALDO

ROMA - Una cosa è certa, Mina non ha perso il gusto della sorpresa, anche se questa volta la sorpresa è una pietanza tutta condita in salsa sacra, dodici arie rigorosamente scelte nella vasta e millenaria cultura musicale religiosa di tradizione cristiana. Non sarà facile sostenere la tesi di un totale distacco, ovvero una mera coincidenza, dall'anno giubilare, visto che non si tratta di generica spiritualità, di panteismo a tutto tondo in onore di tanti dei adorati nel mondo, ma di una precisa scelta di ambito cristiano e talvolta addirittura strettamente liturgico.
Forse sarà per questo che, temendo un'associazione troppo evidente col calendario in corso, con uno di quei vezzi tipici della cantante il disco è intitolato Dalla terra, contrastante, quasi pagana intestazione a quello che per forza di cose è il disco più elevato, e a rischio di astrattezza, tra quelli finora incisi da Mina. Ma in sostanza, si chiederanno in molti, com'è Mina che canta il gregoriano? Beh, fa un effetto singolare. Intanto per la scelta in sé, e anche perché nel riportare alla "terra" questi canti, Mina ci mette perfino più calore di quanto non faccia di solito. Se certe canzoni ben conosciute le affronta a volte con algida e distante perfezione, qui rovescia l'approccio e porta una certa dose di carnalità in canti che spesso sono stati interpretati con algida e riverente perfezione.
Ma andiamo per ordine. Ad prire l'album è Magnificat, una delle tre nuove composizioni contenute nel progetto (due di monsignor Frisina e una di Gianni Ferrio che ha curato gran parte degli arrangiamenti) applicate a testi antichi, in questo caso il Magnificat tratto del Vangelo di Luca. Protagonista Maria, la madre di Gesù, in visita alla cugina Elisabetta incinta di Giovanni Battista. Dunque una donna, e sebbene non dichiarato, si intuisce quello che sarà il filo rosso di tutto il progetto, ovvero l'esaltazione emotiva della figura della donna. Non solo il diso si chiude con l'Ave Maria di Gounod, ma include lo Stabat mater di Pergolesi, la napoletana Quanno nascette ninno di Alfonso de' Liguori (già riproposta a suo tempo dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare in versione folk), un testo di Santa Teresa d'Avila, il Pianto della Madonna di Monteverdi, con un attacco struggente e molto poco secentesco che fa pensare più a "Na sera 'e maggio" che a una composizione sacra.
Dovunque o quasi è presente il tema della maternità, del dolore della perdita del figlio, l'estasi e la forza della passione religiosa femminile. Lo stile oscilla da una certa aderenza filologica, nel caso dei puri gregoriani come Veni creator spiritus appena riscaldato dalla modernità della voce di Mina, a più decise rielaborazioni in chiave più intima, arrocchita, vagamente bluesy, come nel caso di Qui presso a te, un brano ottocentesco che assomiglia più di altre a una moderna canzone.
La svolta è piuttosto forte, e non potrebbe essere diversamente. Mina esce per una volta dal mondo delle canzoni per rendere canzoni arie sacre che festeggiano se non il Giubileo, un contrastante autunno della religiosità nella società più materialista che sia comparsa nella storia.

REPUBBLICA2
"Ho apprezzato in lei sincerità e coraggio"
Monsignor Frisina, autore delle musiche delle messe papali, ha scritto due brani

ROMA - "Ho scritto i due brani pensando a Mina, alle sue caratteristiche di artista potente ed energica. E anche alla sua realtà di donna. Per questo li ho dedicati a due figure femminili che cantano il loro rapporto con Dio: in maniera grandiosa Maria, nel "Magnificat"; in modo più intimo e anche moderno Teresa, nel "Nada te turba"". Monsignor Marco Frisina è il compositore delle musiche delle messe del Papa. Dalla terra rappresenta anche per lui un "battesimo".
Monsignore, è la prima volta che scrive per una cantante pop.
"Ho apprezzato in Mina il coraggio e la sincerità con cui ha affrontato il mondo della lirica: l'interpretazione è un atto di coraggio, perché Dio si può cantare in tanti modi, l'importante è farlo sinceramente. Qui è una cantante diversa da quella che ci si aspetta, ma è Mina che fa con passione tutto quello che fa".
Chi ha scelto i brani classici?
"Li ha scelti lei, poi ci siamo consultati in maniera molto amichevole. A lungo, certo, perché Mina deve sentire ciò che canta: in modo fisico, direi, nella gola. In questo senso, anche volendo sarebbe difficile poterle imporre alcunché: è un'artista molto indipendente".
Esiste un filo conduttore tra questi 12 brani sacri?
"Sono testi classici della letteratura cristiana e capolavori della musica sacra di questi 2000 anni. Il filo sta nella loro esplicita religiosità e nelle figure femminili che la testimoniano in modo così profondo. Ripeto, è anche la realtà di Mina".
Quali canzoni ha amato del repertorio pop di Mina?
"Quelli più intimi: la difficile meditazione di "Bugiardo incosciente", o l'interpretazione sulla scrittura certo non facile di Morricone in "Se telefonando", una canzone di grande suggestione. O anche "Vorrei che fosse amore" di Bruno Canfora".
Che artista è Mina?
"Un'artista un po' speciale, con una grande musicalità e professionalità: ha imparato immediatamente le parti, ci si lavora bene".
(carlo moretti)

PANORAMA

La mia musica è davvero sacra
In anteprima il nuovo disco della più grande cantante italiana.
Che prega anche con la voce.
di LORENZO ARRUGA (29/9/2000)

Mina prega. A modo suo. Ma è logico: ciascuno lo fa o lo dovrebbe fare a modo proprio, altrimenti che colloquio è mai con Dio? Però Mina che prega e per disco nell'anno del Giubileo può prendere anche un colore sospetto. E allora ecco che subito la casa discografica mette le mani avanti, anzi mette avanti il titolo, prima di tutto: Dalla terra. Poi le parole di accompagnamento: c'è una “ricerca storica, liturgica e musicale”, e difatti le composizioni vanno dal Medioevo a oggi, e si spazia dalle antiche canzoni popolari ai classici come Monteverdi e Pergolesi, a testi antichi su musiche nuove di monsignor Frisina, teologo, o di Gianni Ferrio, il direttore e arrangiatore che abbiamo da tanti anni ascoltato con lei, e che per lei aveva arrangiato anche un tocco di Bohème. Ma Mina “sceglie” e “canta laicamente la sofferenza”, “privilegia i suoni e le parole che suscitano in lei profonda empatia”. Liberamente. Mina non è, nel mondo della musica e del teatro, solo la grande cantante che sappiamo; è anche il sogno proibito. Ho udito sempre tutti i compositori vagheggiare una parola scenica nuova da cercare con lei. Per non parlare dei registi che avrebbero ambito mettere su di lei un recital o un musical, a cominciare da Giorgio Strehler. E noi tutti, musicisti e studiosi di musica, tante volte, ascoltando le voci impostate classicamente, soprattutto nella musica sacra antica che riceve a fatica il peso e l'enfasi involontaria della maggior parte dei cantanti d'opera, abbiamo immaginato che la voce imprendibile di Mina si posasse su quelle note e quelle parole. Perché la sua voce, duttile, carica, tanto ingenua nell'emissione quanto sapiente nell'espressività, è per chi l'ha ascoltata un punto di riferimento ben al di là delle sue anche belle canzoni. E adesso arriva questo disco, drizziamo le orecchie. Solo che accade una cosa che, almeno al primo momento, non pensavamo: Mina non va in viaggio verso i mondi vocali e storici degli autori e dei canti. Li chiama invece nel suo mondo. Non è un pellegrinaggio, è un'accoglienza di melodie pellegrine. Non è un'antologia, ma una specie di cantata, un musical senza trama, di memorie ed emozioni, attorno alla liturgia cristiana e soprattutto a Maria di Nazareth, il personaggio probabilmente più sconosciuto e più amato della storia. Ci sono almeno due ragioni di questa scelta. Una è la voce. Per quanto interessante e intensa, per quanto amplificabile e modificabile in studio, non ha la formazione adatta per musiche fondate su altre caratteristiche: in particolare non ha il passaggio di registro che nei cantanti “lirici” dà eguaglianza alla voce anche al di fuori dell'estensione naturale; e quindi spinge o sussurra nelle note più basse e si assottiglia in quelle più alte: il che le dà l'estro per certi suoni confidenti e sensuali e per certi acuti aspri e struggenti che rendono indimenticabili tante parole dette da lei come rivelazioni improvvise dell'anima. L'altra ragione è culturale.
Perché, al di là delle curiosità e degli interessi, il suo mondo di appartenenza resta quello della canzone, del dire tutto in prima persona e senza mediazioni. E così fa anche questa volta. E che cosa succede? È un po' difficile da spiegare, e ancor più da valutare. Ci sono almeno tre pezzi che sembrano destinati a finire subito nel fondo dell'anima. Uno è naturalmente Quando nascette Ninno, che è poi più o meno Tu scendi dalle stelle, e lì davvero le parole nascono dalla terra, con il loro sapore, anzi con il nostro assaporarle, mitiche, candide, affettuose, popolari. Un altro è Qui presso a te, che qualcuno ha trovato mozartiano, ma che è un canto lindo e confidente del secolo scorso e pare una canzone dei giorni nostri. Il più inatteso, o forse il più atteso dai musicologi anomali, è però Il pianto della Madonna, che nel Seicento Claudio Monteverdi aveva scritto rielaborando il suo Lamento di Arianna famosissimo. E qui forse questa voce indifesa e umanissima, che interpreta in prima persona Maria, potrebbe affidarsi davvero al solo autore, senza arrangiatori; un suono di sola viola da gamba, come sa fare per esempio Roberto Gini, forse sarebbe il massimo.
I brani più riusciti (e non) di un disco coraggioso “Quando corpus morietur”, che nello Stabat Mater di Pergolesi arriva chiaro e purificante alla fine, nel disco di Mina, con la sovrapposizione della stessa voce della cantante per il duetto e con un colore straziato, è un po' forzato. Il “Veni Creator Spiritus”, detto con disinvolta autorevolezza, sembra tirare un po' le orecchie allo Spirito Santo e fa un po' troppo a pugni con la logica della linea del canto gregoriano. E molto c'è da discutere anche sulla popolare Ave Maria di Gounod, quella che già sta indigesta ai puristi perché non è altro che una perorazione romantica sovrapposta al primo preludio del Clavicembalo ben temperato di Bach, ridotto così ad accompagnamento. E, certo, sentire quella voce diventare esile, ardita, vulnerabile, negli acuti di “nobis peccatoribus” e di “nunc et in hora mortis nostrae” è ben distante dallo stile, dal mondo, dalle ragioni per cui Gounod l'ha sollecitata. E però non un incidente di percorso. È piuttosto una moderna confessione, l'autoritratto d'una donna che si confida solo per improvvise lacerazioni; ma così inconfondibilmente che ci sembra che stia dubitando, cercando, pregando anche per noi.

IL MESSAGGERO

Mina, l’Ave Maria è una preghiera jazz
Esce venerdì l’album ”Dalla Terra” in cui la cantante reinterpreta arie religiose, da Monteverdi a Gounod
di Marco Molendini

ROMA - No, non c’è la sua foto, ma una Tac colorata. E’ questa la copertina di Dalla Terra, il nuovo disco di Mina (imballato in un contenitore che propone il profilo della cantante come in un’incisione d’argento), dedicato a una scelta di dodici arie tratte da mille anni di tradizione musicale religiosa, dal canto gregoriano all’ottocento. Il profilo inconfondibile è quello dell’ex Tigre di Cremona, gli organi interni sono colorati di rosa e azzurro. Ma, l’idea di offrire finalmente un’immagine reale della cantante, inizialmente c’era. Idea poi sacrificata alla considerazione, come dice il figlio-portavoce Massimiliano Pani, che le è stato vicino anche in questa avventura, “che questo è un disco particolare, dove non puoi accompagnare delle musiche sublimi con un ritrattino ufficiale”. Dunque, scelta rinviata, magari alla prossima iniziativa. Che non sarà il disco dedicato a Modugno (“ci stiamo ancora lavorando” assicura Massimiliano), ma piuttosto un album di pezzi inediti. Ma ancora prima, cioè a fine mese, Mina debutterà su Internet con un sito interamente suo (www.minamazzini.com). “Vuol dire un luogo curato da lei che conterrà ore di filmati, di musica, di foto inedite. Insomma una raccolta completa di quello che ha fatto in tv, in radio e al cinema, dischi compresi”, spiega Pani. Una finestra sull’inaccessibile Mina, che dopo anni e anni potrà avere un contatto diretto con il popolo dei suoi fan. Intanto, però, l’attenzione è tutta su questo Dalla Terra, che nei giorni scorsi era stato in parte anticipato su Internet e che, da venerdì, sarà disponibile nei negozi (e popi verrà distribuito dalla Sony classic in tutto il modno). Un album particolare, con una Mina assolutamente inedita. Una Mina pagana, però, anzi fortunatamente sacrilega più che immersa nello spirito religioso delle arie da lei scelte. La sua è una rilettura assolutamente personale, che arriva perfino a trasformare l’Ave Maria di Gounod quasi in una ballad jazz accompagnata da una ritmica che scandisce un tempo leggero. Ma non c’è dubbio che il risultato sia di gran fascino. Dove i contrasti sono il sale: una Mina passionale come al solito, che offre una visione terrena di musiche nate per esaltare lo spirto, nella tradizione dei canti gregoriani che invece prevedono un’interpretazione distaccata, addirittura algida. “E’ un disco d’elìte - ammette Pani - non pop, non commerciale”. Ha ragione, è un qualcosa di insolito, una cantante leggera che interpreta arie sacre (l’orchestra sinfonica è affidata al compagno di tante escursioni musicali, Gianni Ferrio), non rinunciando al suo linguaggio, anzi piegando quella musica alle sue esigenze. “Un’operazione di cross over” aggiunge ancora Massimiliano. La contaminazione spiazzerà qualcuno (chi, soprattutto, è abituato ad ascoltare quei brani di musica in versione), ma non c’è dubbio che si tratta di uno dei migliori dischi di Mina degli ultimi anni. Forse perchè si è trattato di un lavoro che ha richiesto una grandissima cura (“abbiamo fatto una minuziosa ricerca filologica - spiega il figlio-portavoce, Massimiliano - affidata a Luigi Nava e durata dodici mesi”): e la cantante ne trae beneficio, perchè controlla la sua voce con estrema attenzione, evitando inutili eccessi e compiacimenti, in un rigore interpretativo inusuale.
Come dimostrano due perle casuali: Voi ch’amate lo criatore (una laude del tredicesimo secolo) e il Pianto della Madonna di Monteverdi, entrambe accompagnate dal solo pianoforte di Danilo Rea: “Erano nate come prove in studio, ma sono venute così bene che le abbiamo lasciate così” dice Massimiliano. In effetti sono fra le cose migliori del disco, soprattutto l’aria di Monteverdi, dove la voce di Mina si mostra in pieno splendore.
Bellissima poi la versione di Quanno nascette Ninno, antenato del famoso Tu scendi dalle stelle, trasformata in un song all’americana. Suggestivo il Magnificat d’apertura, musicato da monsignor Marco Frisina su un testo tratto dal Vangelo di Luca, sicuramente più suggestivo del Quando corpus morietur di Pergolesi, condito da un curioso effetto di parti vocali sovrapposte.

IL SOLE 24 ORE (29/07/00)

MINA, UNA VOCE PER LA MUSICA SACRA
Di Massimo Bongiovanni

Un critico musicale scrisse un giorno che, con la sua voce, lei potrebbe cantare persino le "Pagine gialle". E con successo. È vero: nessuno potrà mai mettere in dubbio che Mina ha qualità canore straordinarie, con un timbro vocale inconfondibile e con l’invidiabile capacità di sperimentare escursioni, sulla scala dei toni, assolutamente irripetibili.
E Mina, infatti, si è permessa e si permette di cantare qualsiasi cosa. Ma non è affatto una cosa qualsiasi quella che la cantante cremonese — dopo oltre 40 anni di carriera artistica, molti dei quali lontani dalle luci della ribalta — consegnerà venerdì, con l’uscita ufficiale del nuovo disco "Dalla terra", ai suoi sostenitori o, piuttosto, a chiunque coltivi una mai soddisfatta curiosità musicale.
Già il titolo descrive un lavoro intimista che non ha alcun legame con i precedenti. I tifosi di "Nessuno" e "La banda" resteranno forse delusi. E probabilmente rimarranno sorpresi perfino coloro che hanno seguito Mina lungo i sentieri, anche quelli più impervi, dei variegati repertori fin qui affrontati: dal rock’n roll, alla discomusic, dal jazz, al pop, fino a toccare le tradizioni napoletana e sudamericana.
"Dalla terra" è però la più ambiziosa e la più sofisticata delle avventure discografiche di questa artista. Probabilmente la più struggente. È la raccolta di dodici brani di musica sacra — i primi cinque dei quali sono disponibili da oggi in anteprima sui siti Internet Sole24ore.it e Radio24.it — selezionati scavando in una produzione gigantesca, in buona parte tuttora sconosciuta, di composizioni realizzate in un arco temporale compreso tra il settimo e il diciannovesimo secolo. E sono tutti interpretati da Mina rispettando i testi originali.
Il risultato è un’opera che non segue un filo logico, sempre che non si voglia considerare tale la sensibilità e il coinvolgimento emotivo che Mina ha dedicato al servizio della scelta.
Un’opera che, attraverso le sue mille sfumature, trasmette quasi la sensazione che Mina abbia voluto misurarsi non soltanto con la propria destrezza vocale e il proprio mestiere: se non fosse azzardato il tentativo di spiare nei sentimenti altrui, si potrebbe addirittura immaginare che Mina abbia tentato l’impareggiabile operazione di riversare in un disco la propria spiritualità.
In ogni caso, "Dalla terra" è qualcosa di più di una semplice fatica discografica. I critici daranno le loro votazioni. Qualcosa potrebbe anche non piacere. Non è neppure escluso che qualche esperto tenti di rintracciare, fra le trame della rivisitazione musicale, i passaggi di una rielaborazione tecnicamente azzardata. Ma di sicuro nessuno potrà negare che Mina, con la sua voce, riesca ad appropriarsi di un ruolo interpretativo assai suggestivo.
Lo si apprezza in tutti i brani contenuti nel cd. Per citarne alcuni: il Magnificat, il mottetto Dulcis Christe di Michelangelo Grancini (XVII secolo), nel quale Mina duetta con se stessa, Quanno nascette ninno, l’antenato napoletano del celebre Tu scendi dalle stelle, Veni creator spiritu, attribuito all’abate tedesco Rabano Mauro (VIII secolo). E ancora: Quando corpus morietur, con il testo di Iacopone da Todi (XIV secolo) e la musica di Giovanni Battista Pergolesi e, ultimo brano dell’opera, l’Ave Maria di Gounod (fine del XIX secolo), ispirata a una melodia di Bach.
Ma come nasce questo disco?
“Dopo aver ascoltato alcune musiche gregoriane — spiega Massimiliano Pani, che ha curato gli arrangiamenti accanto a Gianni Ferri e ricorrendo alla collaborazione di musicisti del calibro del pianista Danilo Rea — mia madre era rimasta incantata dall’energia che queste antiche melodie sanno esprimere. E ci ha chiesto di approfondirne la ricerca. Siamo partiti da un nucleo di tre testi, che sono poi rimasti nella struttura del disco: "Voi ch’amate lo Criatore", uno dei più famosi laudari di epoca medievale, cioè un canto religioso in volgare che non deriva dalla liturgia tradizionale, l’"Omni die", di autore sconosciuto, del XII secolo, e il "Pianto della madonna" composto da Claudio Monteverdi nel 1608. Da qui abbiamo proseguito fino a identificare una ventina di brani, che alla fine sono stati ridotti a dodici”.
Il lavoro è stato svolto con la collaborazione del teologo Luigi Nava, “che ha curato la fedeltà filologica e liturgica”, e del direttore della Schola gregoriana del Duomo di Cremona, Massimo Lattanzi. Le registrazioni sono state eseguite a Lugano e a Roma. Vi hanno partecipato oltre 200 artisti, tra musicisti, coristi e tecnici.
“Mina — prosegue Pani — ha scelto i titoli definitivi sulla base del proprio gusto personale e dell’intensità della gioia o della sofferenza che le suscitava l’interpretazione. A questo punto abbiamo iniziato a studiare l’arrangiamento. La difficoltà è stata quella di trattare linguaggi musicali diversi: il gregoriano, una melodia senza armonia, il garbo precursore di Pergolesi, la gigantesca genialità di Monteverdi. E tutto questo anche operando sulla base di lingue differenti: latino, volgare, persino dialetto napoletano e spagnolo”.
Pani aggiunge: “Credo che, con questo disco, sia stata trovata una chiave per valorizzare delle perle musicali che hanno attraversato i secoli mantenendo inalterata la loro grande forza evocativa. Inoltre penso che nell’interpretazione Mina non abbia concesso soltanto la propria voce, ma si sia lasciata trascinare da una sorta di condivisione verso i contenuti dei testi”.
La coincidenza con l’anno giubilare, tuttavia, schiude le porte a un sospetto: che si tratti di un’abile mossa di marketing. “Questa — conclude Pani — è un’operazione che sappiamo rischiosa sul fronte commerciale, ma che vuole essere piacevole perché offre uno stato dell’animo. C’è stata forse, a livello inconscio, una maggiore attenzione per i temi dello spirito dettata dal Giubileo. Ma senza l’imprimatur di nessuno”.

CORRIERE DELLA SERA

IL DISCO
Dopo aver affrontato i classici napoletani, i cantautori, il jazz e il blues, un viaggio nella tradizione religiosa con “Dalla terra” (in uscita venerdì)

Mina sfida la musica sacra, poi canterà Modugno
Nell’album inni gregoriani, testi in latino, Pergolesi e Gounod. L’anno prossimo omaggio all’artista scomparso

MILANO - Sarebbe piaciuto a Fabrizio De André questo “Dalla terra”, nuovo sorprendente disco di Mina che esce venerdì, spezzando la lunga tradizione di canzoni pop per puntare al cielo, al divino, al soprannaturale, partendo però dal basso, dall'uomo e dai suoi problemi, a somiglianza di quanto fece il grande cantautore nella “Buona Novella” basata sui Vangeli Apocrifi. Mina, entrata nel gruppo Sony per un gioco di scatole cinesi societario (Pdu comprata da Rti music a sua volta comprata da Sony) si cimenta per la prima volta con la musica sacra e con il canto gregoriano secondo un personalissimo percorso che la vede cantare in latino, in spagnolo e in napoletano arcaico, in una originale mescolanza di composizioni originali su schemi sacri e ardite riletture di classici come il “Pianto della Madonna” di Claudio Monteverdi o “Quando corpus morietur” di Giovanni Battista Pergolesi tratto dallo “Stabat mater”. Uscita legata al Giubileo? Roberto Magrini, amministratore delegato della S4 che pubblica “Dalla terra”, lo nega. La stessa Mina avrebbe spiegato ai suoi collaboratori l'operazione in questi termini: “Tutte le esecuzioni della musica sacra sono state fino ad oggi belle ma impersonali, forse per paura di mancare di rispetto. Io ho deciso di colmare questa lacuna”. Il percorso, che si apre con una composizione originale di monsignor Marco Frisina su testo tratto dal Vangelo di San Luca offre climi e atmosfere molto varie nonostante l'apparente monotematicità. Bach, Mozart, Canto gregoriano con alcune punte commoventi con il Pianto della Madonna di Monteverdi o in “Quando nascette ninno” che ha l'impatto di una “Stille Nacht” partenopea. Nella sua carriera Mina ha cambiato molti cappelli, nel senso che ha affrontato i generi più vari (e fa sapere che nel 2001 affronterà i successi di Domenico Modugno): dai cantautori ai classici napoletani, dalla musica sudamericana al jazz e al blues. Si è sempre adeguata all'habitat musicale e linguistico della situazione, fino a un certo punto. L'aver marchiato col suo stile ogni genere affrontato è stato letto come prova di genio dagli ammiratori e come arroganza sguaiata dai detrattori.
A maggior ragione la polemica su Mina sacra è già dietro l'angolo: i cultori della musica colta rileveranno che la signora, nonostante le eccelse qualità donatele dalla natura, non è una cantante “di scuola”, stravolge alcuni schemi del canto gregoriano in “Veni creator spiritus” e compie acrobazie sopra le righe nell’Ave Maria di Gounod. Ma quel che per taluni è un limite, probabilmente è ancora una volta il pregio dell'operazione, a prima vista lontana da qualsiasi logica commerciale o di mercato, in un viaggio spirituale fra la speranza, la gioia, il mistero, il dolore, la fede, fra i campi lunghi dell’universo mistico della liturgia pentecostale (“Veni creator spiritus”) e primi piani di umanità pura, come le lacrime di Maria, più donna che madre di Dio, o quella notte luminosa di Betlemme in cui “la pecora pascia cu’ lione” (la pecora pascolava col leone).
Difficile prevedere come i fan della cantante accoglieranno questa scelta, davvero singolare. In copertina un bassorilievo argentato col profilo della cantante e all'interno una sorta di tomografia a colori della stessa sezione corporea.
Da segnalare la direzione e gli arrangiamenti di Gianni Ferrio, antico amico e collaboratore Mina (che inserisce chitarre hawaiane in “Qui presso di te”) e il pianoforte di Danilo Rea.
Per la prima volta Massimiliano Pani, primogenito della cantante, non appare come produttore, ma solo come coordinatore artistico.
Mario Luzzato Fegiz

CORRIERE2


L’ASCOLTO
Grande voce perduta nella moda delle lagne medievali
Non ci voleva Mina per capire come la vita musicale sia stata ormai assorbita per intero nella sfera del sacro, o meglio, di un para-sacro fatto di misticismo all’acqua di rose, di visioni angeliche e vaghe suggestioni arcaicizzanti. Tutti, da Paul McCartney a Luis Bacalov, dagli esotericissimi compositori estoni-cult a Sua Santità, pubblicano dischi traboccanti di orazioni, estasi, salmodie, preci e incensi, silenzi e “voci nel deserto”, “rielaborazioni” e “rivisitazioni”, arrangiamenti e cori di cherubini. Dalla new age alle partiture del colonnello Pappalardo, la musica s’è consegnata armi e bagagli a quello strano amplesso di business e aureole che ha fatto tracimare il Giubileo in ogni anfratto del mondo sonoro. L’“operazione” (altra parola idolo) di Mina è dunque l’ennesima del filone (d’oro, a giudicare dai successi commerciali) e si regge soprattutto sulla bellezza di voce della cantante. Mina, la saggia, non cerca di trasformarsi in cantante lirica, e disinvoltamente incide ambo le parti dello “Stabat Mater” di Pergolesi per mixare poi il risultato. Lei resta bravissima, soprattutto quando può liberare l’emotività lontano da certe lagne pseudo-medievali snocciolate nel disco con troppa frequenza. Ma si sarebbe preferito ritrovarne la sensualità e la malinconia in un àmbito diverso da questo insopportabile sciroppo. Quasi tutti i brani sfoggiano aloni e risonanze (l’eterna ricetta new age) sopra melodie talora furbescamente carezzevoli, talora sublimi nella scarna veste originale (Pergolesi, Monteverdi), e però ignominiosamente e spudoratamente ribattezzate nel glucosio. Che voglia di freschezza, di trasparenza, di un martini dry dopo questo disco.
di Francesco M. Colombo

LA STAMPA

Mina proviamo anche con Dio
Marinella Venegoni

MILANO Il Virgilio della situazione è Massimiliano Pani, che preferirebbe stare al riparo del lavoro di coordinatore artistico di sua madre; questa volta però, la scelta di Mina è davvero temeraria, una guida diventa indispensabile: la madre di tutte le cantanti ha infatti inciso “Dalla terra”, un disco che esce venerdì e contiene composizioni sacre della tradizione cattolica. Si apre con il Magnificat, testo in latino tratto dal Vangelo di Luca, si chiude con l’Ave Maria di Gounod; la scelta dei 12 brani è della stessa interprete, che sottolineando la propria esclusiva responsabilità ha voluto mettere insieme vari filoni: quello per così dire etnico di “Quanno nascette Ninno” (canto secentesco di sant’Alfonso Maria de’Liguori in dialetto napoletano, da cui derivò il natalizio “Tu scendi dalle stelle”) e quello maestosamente liturgico del “Veni Creator Spiritus”, inno della Pentecoste che si vuole risalga al 600-700 dopo Cristo, magnifico esempio di canto gregoriano. Per “Quanno nascette”, la rielaborazione è stata affidata al chitarrista di scuola rock Andrea Braido, mentre a lavorare sul “Veni Creator” è stata una vecchia conoscenza, Gianni Ferrio ora intorno ai settant’anni, maestro con Mina, in tempi migliori, di splendidi tv-show di cui càpita fra questi solchi di annusare le profumate memorie: se si aggiunge che il coro di tutto l’album è quello della Schola Gregoriana del Duomo della patria Cremona, si potrà meglio comprendere l’effettiva arbitrarietà dell’intera operazione, il suo stare in equilibrio su un esile filo fra rilettura rispettosa e invece proprio la canzone-canzone (è il caso di “Qui presso di te” attribuito ad anonimo del XIX secolo oppure addirittura a Mozart: lo si può ballare sulla mattonella).
Spiega dunque Massimiliano Pani: “Tutto è cominciato con "Pianto della Madonna" di Monteverdi e "Voi che amate lo criatore", per sola voce e pianoforte di Danilo Rea: nel disco, è rimasta la prima prova. Nella tradizione, il canto tesse il filo del racconto, mentre Mina vive queste musiche in modo laico, dà la sua emozione al senso di dolore umano della Madonna per la morte del Figlio”. Aggiunge Pani, giustamente, che di commerciale in questo disco non c’è davvero nulla: “La mamma ci crede tantissimo e si espone al rischio di vendere poche copie”. Chapeau, da questo punto di vista, all’ennesimo riuscito tentativo di Mina di sconvolgere i propri fans, mettendoli in contatto con un mondo poco frequentato negli anni recenti malgrado l’esplosione di religiosità; “lei ha ascoltato un’immensa quantità di materiale - spiega ancora Max - e ha pensato che poiché forse il pubblico non lo conosce, avrebbe scelto ciò che secondo lei era il meglio”. Sono stati chiesti, nel percorso, aiuti autorevoli: del teologo Luigi Nava, dello storico Massimo Lattanzi; poi la parola è passata a nostra signora, la donna che dal “Cielo in una stanza” in poi, in 40 anni, ha frequentato di tutto: dal pop al rock alla musica napoletana e ora a quella gregoriana.
Ma perché mai Mina, personaggio controcorrente, abbraccia il Sacro proprio nell’anno del Giubileo e dei due milioni di giovani dal Papa a Ferragosto? “Non è stata cavalcata nessuna tigre - risponde Massimiliano -. Siamo alla fine dell’anno, e non so comunque quanto il fermento religioso l’abbia contagiata: questa non è operazione abbinata a qualcosa. Se vuole, è un omaggio a chi vive la religiosità”. Pare intanto che la Sony Classic, ritenendo l’album una giusta mescolanza fra pop e classica, abbia deciso di distribuirlo in tutto il mondo.
La prossima fatica di Mina, sarà un omaggio a Modugno: “Ci stiamo lavorando - confessa Pani -. Non so quando uscirà”. Ma contate per caso di finire in classifica con il Magnificat?
“Sarebbe pazzesco, ma Mina non si preoccupa, ci crede come forse non mai per il valore artistico: qui dentro, ci sono mille anni di musica”. Il 20 ottobre, infine, appuntamento con l’apertura del sito ufficiale della Tigre: minamazzini.com.

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