Recensioni - Reviews
IL MATTINO
Mina: arie sacre, anzi canzoni d’amore
E “Quanno nascette Ninno” diventa un capolavoro dai toni jazz
di Federico Vacalebre
ECCOLO, l’annunciato disco di arie sacre intonate da Mina. Solo
lei poteva permettersi di trattare i versi di santa Teresa D’Avila
o l’“Ave Maria” come se si trattasse di canzoni d’amore:
perché si tratta di canzoni d’amore. Se intona il “Pianto
della Madonna” di Monteverdi, Mina diventa la Madre che piange il
suo Figlio, se affronta una lauda medievale ha la voce della Mamma che
geme di fronte al Figlio - prima ancora che al Cristo - morente.
I dodici brani di “Dalla terra” non sono inni devozionali,
non hanno il distacco formale che accompagna normalmente la letteratura
canora del genere: persino più che in passato Nostra Signora della
Canzone si identifica totalmente con quanto interpreta, attinge alla sterminata
tradizione cristiana lavorando con l’aiuto di un teologo, ma poi
reiventa il tutto alla sua maniera, senza mettere da parte la carnalità
assoluta della sua voce: un’intrusione profana, pagana, che le permette
di comunicarci l’estasi e il tormento, il dolore terreno (ecco il
perché del titolo) e la più alta dimensione spirituale.
Musica celeste, ma anche musica delle sfere, insomma, in un religiosissimo
elogio della bellezza, della sapienza e della poesia di cui sono intrisi
i brani scelti. Un disco anticommerciale forse, almeno ora che il Giubileo
volge al termine. Ma un disco bello, sensuale, profondo. E non solo per
chi crede che il canto sia la miglior forma di preghiera, che “cantare
sia come pregare due volte” (Woytjla). “Mia madre ha voluto
dedicarsi a questo progetto anima e corpo”, spiega Massimiliano
Pani, figlio e produttore di Mina. “È un lavoro lontano anni
luce da ogni logica commerciale, nato dall'esigenza di mamma di visitare
uno dei pochi territori rimasti vergini nella sua lunga carriera: lei
aveva già cantato ogni genere e ogni autore, dalla bossa nova al
jazz, dalla canzone napoletana ai Beatles.
Così ha scelto queste pagine sacre, convinta che non sia moderno
solo ciò che è nuovo.
Ora il nostro sogno, e non per motivi economici, è che il cd vada
in classifica: la Sony classic, che si occupa del mercato internazionale,
è rimasta molto colpita dall'operazione, eretica sotto molti punti
di vista”. Trasformata in ex voto in copertina (opera del solito
Balletti), Mina parte dal Vangelo secondo Luca: monsignor Frisina, reduce
dalle collaborazioni canore con Amedeo Minghi e Paddy Moloney, mette in
musica quel “Magnificat” che conquistò anche Paul Cladel
e Alvaro de Campos (alias Fernando Pessoa). Poi si serve del piano jazz
di Danilo Rea per una lauda medievale, mentre Gianni Ferrio firma la partitura
di “Memorare” (su testo attribuito a san Bernardo di Chiaravalle).
Poi c’è lo “Stabat Mater” di Pergolesi, il canto
gregoriano di “Omni die”, quindi un capolavoro, “Quanno
nascette Ninno”, rielaborata e illuminata di languidi toni jazz
da Andrea Braido, chitarrista rockettaro della corte di Vasco Rossi: il
caldo contrabbando di Massimo Moriconi prepara il terreno all’ugola
di Mina che improvvisamente rallenta, allunga le vocali dell’antico
dialetto napoletano, stoppa, coccola e violenta la melodia. La liturgia
della Pentecoste, Monteverdi, un mottetto a due voci di Michelangelo Grancini,
l’“Ave Maria” di Gounod: Mina (in)canta in italiano,
spagnolo, latino e non diventa mai noiosa. La sua voce si alza, poi improvvisamente
si fa bassa e greve, insegue l’Infinito e subito dopo dichiara la
sua caducità terreste, la sua carnalità mai rinnegata.
Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando scandalizzò
l’Italia per la sua relazione adultera con Corrado Pani, ma Anna
Maria Mazzini continua a non temere il giudizio altrui.
Dopo il “bagno” nelle arie sacre, progetta lo sbarco in Internet:
“Abbiamo iniziato presentando questo disco sulla rete”, spiega
Massimiliano, “e a fine mese lanceremo il sito di Mina, in cui sarà
possibile trovare tutto ciò che la riguarda, e dialogare con lei,
che sceglie come sempre forme e contenuti del sito. La capacità
di scegliere da sola, rischiando in prima persona, è il segreto
della longevità del suo successo”. Pronto ad essere ribadito
dal nuovo progetto dedicato a Modugno.
IL GIORNO
Mina alla radice delle emozioni
Esce 'Dalla terra', album che la signora della nostra canzone ha dedicato
alle arie sacre.
Un'Ave Maria di Gounod da brividi
MILANO, 3 OTTOBRE - La porta girevole che ha catapultato il tenore Bocelli
fuori dall'Hotel Classico sulla piazza grande del leggero - incredibile
- adesso risucchia Mina nei locali ovattati della musica alta. "Dalla
terra" è l'album a sorpresa della Voce, che della sorpresa
ha sempre fatto il suo "pedale", il suo basso continuo, il suo
motivo conduttore.
Mina è sacra: nell'album che esce oggi c'è la faccia ancora
non vista del suo sfuggente pianeta, quella più meditativa e antica.
Mina va alla ricerca delle radici che nessuno, forse nemmeno lei, pensava
fossero nelle fibre del suo canto: la musica sacra del Duecento, del Cinquecento,
del Seicento, del Settecento.
Mina si è appropriata quasi di tutto, dal jingle al jazz ai Beatles.
Ma del Laudario di Cortona (secolo XIII), dello "Stabat Mater"
di Pergolesi (1710-1736), di Monteverdi (1587-1643), di Gounod (1818-1893),
finora mai. E come se ne appropria? Alla maniera sua, stampando sugli
originali la piastra pesante del suo stile e della sua voce carica di
emozione, anche se "Dalla terra" è un progetto molto
studiato e per certi versi quasi cerebrale.
Mina s'è affidata ad alcuni consiglieri e ha scelto alcuni punti
della storia della musica sacra collegandoli come in un gioco enigmistico,
per vedere quale disegno ne uscisse. Il disegno è ancora un altro
enigma, perchè la libertà stilistica domina senza ostacoli.
Il duecentesco "Voi ch'amate lo criatore", dal "Laudario
di Cortona", diventa un Lied con pianoforte che potrebbe arredare
una schubertiade. "Quando corpus morietur", dallo "Stabat
Mater" di Pergolesi, prende l'aspetto di una preghiera laica a due
voci, con retrocanto di Mina stessa. "Omni die", di Anonimo
del XII secolo, si mette sulle spalle uno scialle folk. "Quanno nascette
Ninno" (1696-1787), si camuffa da standard jazz con basso caldo e
spazzole soft.
Il "Pianto della Madonna", dalla "Selva morale e spirituale"
del divino Claudio (Monteverdi), strappa il genere del Lamento dal sofà
della storia e lo schiaffa sulla sedia della Canzone.
L'"Ave Maria" di Gounod, jazzata strumentalmente ma liricamente
forte e acuta in voce, è una delle versioni meno dolciastre mai
ascoltate finora. Le radici della vocalità italiana sono nei marmi
delle chiese, prima ancora delle assi del teatro. Mina lo sa bene, ma
a sè non può rinunciare e quel che la sua voce aggiunge
è la vibrazione del nostro tempo.
di Carlo Maria Cella
REPUBBLICA
Nel Vangelo secondo Mina il Magnificat è un blues
Esce venerdì prossimo l'album di inni sacri interpretati dalla
cantante, intitolato "Dalla terra"
di GINO CASTALDO
ROMA - Una cosa è certa, Mina non ha perso il gusto della sorpresa,
anche se questa volta la sorpresa è una pietanza tutta condita
in salsa sacra, dodici arie rigorosamente scelte nella vasta e millenaria
cultura musicale religiosa di tradizione cristiana. Non sarà facile
sostenere la tesi di un totale distacco, ovvero una mera coincidenza,
dall'anno giubilare, visto che non si tratta di generica spiritualità,
di panteismo a tutto tondo in onore di tanti dei adorati nel mondo, ma
di una precisa scelta di ambito cristiano e talvolta addirittura strettamente
liturgico.
Forse sarà per questo che, temendo un'associazione troppo evidente
col calendario in corso, con uno di quei vezzi tipici della cantante il
disco è intitolato Dalla terra, contrastante, quasi pagana intestazione
a quello che per forza di cose è il disco più elevato, e
a rischio di astrattezza, tra quelli finora incisi da Mina. Ma in sostanza,
si chiederanno in molti, com'è Mina che canta il gregoriano? Beh,
fa un effetto singolare. Intanto per la scelta in sé, e anche perché
nel riportare alla "terra" questi canti, Mina ci mette perfino
più calore di quanto non faccia di solito. Se certe canzoni ben
conosciute le affronta a volte con algida e distante perfezione, qui rovescia
l'approccio e porta una certa dose di carnalità in canti che spesso
sono stati interpretati con algida e riverente perfezione.
Ma andiamo per ordine. Ad prire l'album è Magnificat, una delle
tre nuove composizioni contenute nel progetto (due di monsignor Frisina
e una di Gianni Ferrio che ha curato gran parte degli arrangiamenti) applicate
a testi antichi, in questo caso il Magnificat tratto del Vangelo di Luca.
Protagonista Maria, la madre di Gesù, in visita alla cugina Elisabetta
incinta di Giovanni Battista. Dunque una donna, e sebbene non dichiarato,
si intuisce quello che sarà il filo rosso di tutto il progetto,
ovvero l'esaltazione emotiva della figura della donna. Non solo il diso
si chiude con l'Ave Maria di Gounod, ma include lo Stabat mater di Pergolesi,
la napoletana Quanno nascette ninno di Alfonso de' Liguori (già
riproposta a suo tempo dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare in versione
folk), un testo di Santa Teresa d'Avila, il Pianto della Madonna di Monteverdi,
con un attacco struggente e molto poco secentesco che fa pensare più
a "Na sera 'e maggio" che a una composizione sacra.
Dovunque o quasi è presente il tema della maternità, del
dolore della perdita del figlio, l'estasi e la forza della passione religiosa
femminile. Lo stile oscilla da una certa aderenza filologica, nel caso
dei puri gregoriani come Veni creator spiritus appena riscaldato dalla
modernità della voce di Mina, a più decise rielaborazioni
in chiave più intima, arrocchita, vagamente bluesy, come nel caso
di Qui presso a te, un brano ottocentesco che assomiglia più di
altre a una moderna canzone.
La svolta è piuttosto forte, e non potrebbe essere diversamente.
Mina esce per una volta dal mondo delle canzoni per rendere canzoni arie
sacre che festeggiano se non il Giubileo, un contrastante autunno della
religiosità nella società più materialista che sia
comparsa nella storia.
REPUBBLICA2
"Ho apprezzato in lei sincerità e coraggio"
Monsignor Frisina, autore delle musiche delle messe papali, ha scritto
due brani
ROMA - "Ho scritto i due brani pensando a Mina, alle sue caratteristiche
di artista potente ed energica. E anche alla sua realtà di donna.
Per questo li ho dedicati a due figure femminili che cantano il loro rapporto
con Dio: in maniera grandiosa Maria, nel "Magnificat"; in modo
più intimo e anche moderno Teresa, nel "Nada te turba"".
Monsignor Marco Frisina è il compositore delle musiche delle messe
del Papa. Dalla terra rappresenta anche per lui un "battesimo".
Monsignore, è la prima volta che scrive per una cantante pop.
"Ho apprezzato in Mina il coraggio e la sincerità con cui
ha affrontato il mondo della lirica: l'interpretazione è un atto
di coraggio, perché Dio si può cantare in tanti modi, l'importante
è farlo sinceramente. Qui è una cantante diversa da quella
che ci si aspetta, ma è Mina che fa con passione tutto quello che
fa".
Chi ha scelto i brani classici?
"Li ha scelti lei, poi ci siamo consultati in maniera molto amichevole.
A lungo, certo, perché Mina deve sentire ciò che canta:
in modo fisico, direi, nella gola. In questo senso, anche volendo sarebbe
difficile poterle imporre alcunché: è un'artista molto indipendente".
Esiste un filo conduttore tra questi 12 brani sacri?
"Sono testi classici della letteratura cristiana e capolavori della
musica sacra di questi 2000 anni. Il filo sta nella loro esplicita religiosità
e nelle figure femminili che la testimoniano in modo così profondo.
Ripeto, è anche la realtà di Mina".
Quali canzoni ha amato del repertorio pop di Mina?
"Quelli più intimi: la difficile meditazione di "Bugiardo
incosciente", o l'interpretazione sulla scrittura certo non facile
di Morricone in "Se telefonando", una canzone di grande suggestione.
O anche "Vorrei che fosse amore" di Bruno Canfora".
Che artista è Mina?
"Un'artista un po' speciale, con una grande musicalità e professionalità:
ha imparato immediatamente le parti, ci si lavora bene".
(carlo moretti)
PANORAMA
La mia musica è davvero sacra
In anteprima il nuovo disco della più grande cantante italiana.
Che prega anche con la voce.
di LORENZO ARRUGA (29/9/2000)
Mina prega. A modo suo. Ma è logico: ciascuno lo fa o lo dovrebbe
fare a modo proprio, altrimenti che colloquio è mai con Dio? Però
Mina che prega e per disco nell'anno del Giubileo può prendere
anche un colore sospetto. E allora ecco che subito la casa discografica
mette le mani avanti, anzi mette avanti il titolo, prima di tutto: Dalla
terra. Poi le parole di accompagnamento: c'è una “ricerca
storica, liturgica e musicale”, e difatti le composizioni vanno
dal Medioevo a oggi, e si spazia dalle antiche canzoni popolari ai classici
come Monteverdi e Pergolesi, a testi antichi su musiche nuove di monsignor
Frisina, teologo, o di Gianni Ferrio, il direttore e arrangiatore che
abbiamo da tanti anni ascoltato con lei, e che per lei aveva arrangiato
anche un tocco di Bohème. Ma Mina “sceglie” e “canta
laicamente la sofferenza”, “privilegia i suoni e le parole
che suscitano in lei profonda empatia”. Liberamente. Mina non è,
nel mondo della musica e del teatro, solo la grande cantante che sappiamo;
è anche il sogno proibito. Ho udito sempre tutti i compositori
vagheggiare una parola scenica nuova da cercare con lei. Per non parlare
dei registi che avrebbero ambito mettere su di lei un recital o un musical,
a cominciare da Giorgio Strehler. E noi tutti, musicisti e studiosi di
musica, tante volte, ascoltando le voci impostate classicamente, soprattutto
nella musica sacra antica che riceve a fatica il peso e l'enfasi involontaria
della maggior parte dei cantanti d'opera, abbiamo immaginato che la voce
imprendibile di Mina si posasse su quelle note e quelle parole. Perché
la sua voce, duttile, carica, tanto ingenua nell'emissione quanto sapiente
nell'espressività, è per chi l'ha ascoltata un punto di
riferimento ben al di là delle sue anche belle canzoni. E adesso
arriva questo disco, drizziamo le orecchie. Solo che accade una cosa che,
almeno al primo momento, non pensavamo: Mina non va in viaggio verso i
mondi vocali e storici degli autori e dei canti. Li chiama invece nel
suo mondo. Non è un pellegrinaggio, è un'accoglienza di
melodie pellegrine. Non è un'antologia, ma una specie di cantata,
un musical senza trama, di memorie ed emozioni, attorno alla liturgia
cristiana e soprattutto a Maria di Nazareth, il personaggio probabilmente
più sconosciuto e più amato della storia. Ci sono almeno
due ragioni di questa scelta. Una è la voce. Per quanto interessante
e intensa, per quanto amplificabile e modificabile in studio, non ha la
formazione adatta per musiche fondate su altre caratteristiche: in particolare
non ha il passaggio di registro che nei cantanti “lirici”
dà eguaglianza alla voce anche al di fuori dell'estensione naturale;
e quindi spinge o sussurra nelle note più basse e si assottiglia
in quelle più alte: il che le dà l'estro per certi suoni
confidenti e sensuali e per certi acuti aspri e struggenti che rendono
indimenticabili tante parole dette da lei come rivelazioni improvvise
dell'anima. L'altra ragione è culturale.
Perché, al di là delle curiosità e degli interessi,
il suo mondo di appartenenza resta quello della canzone, del dire tutto
in prima persona e senza mediazioni. E così fa anche questa volta.
E che cosa succede? È un po' difficile da spiegare, e ancor più
da valutare. Ci sono almeno tre pezzi che sembrano destinati a finire
subito nel fondo dell'anima. Uno è naturalmente Quando nascette
Ninno, che è poi più o meno Tu scendi dalle stelle, e lì
davvero le parole nascono dalla terra, con il loro sapore, anzi con il
nostro assaporarle, mitiche, candide, affettuose, popolari. Un altro è
Qui presso a te, che qualcuno ha trovato mozartiano, ma che è un
canto lindo e confidente del secolo scorso e pare una canzone dei giorni
nostri. Il più inatteso, o forse il più atteso dai musicologi
anomali, è però Il pianto della Madonna, che nel Seicento
Claudio Monteverdi aveva scritto rielaborando il suo Lamento di Arianna
famosissimo. E qui forse questa voce indifesa e umanissima, che interpreta
in prima persona Maria, potrebbe affidarsi davvero al solo autore, senza
arrangiatori; un suono di sola viola da gamba, come sa fare per esempio
Roberto Gini, forse sarebbe il massimo.
I brani più riusciti (e non) di un disco coraggioso “Quando
corpus morietur”, che nello Stabat Mater di Pergolesi arriva chiaro
e purificante alla fine, nel disco di Mina, con la sovrapposizione della
stessa voce della cantante per il duetto e con un colore straziato, è
un po' forzato. Il “Veni Creator Spiritus”, detto con disinvolta
autorevolezza, sembra tirare un po' le orecchie allo Spirito Santo e fa
un po' troppo a pugni con la logica della linea del canto gregoriano.
E molto c'è da discutere anche sulla popolare Ave Maria di Gounod,
quella che già sta indigesta ai puristi perché non è
altro che una perorazione romantica sovrapposta al primo preludio del
Clavicembalo ben temperato di Bach, ridotto così ad accompagnamento.
E, certo, sentire quella voce diventare esile, ardita, vulnerabile, negli
acuti di “nobis peccatoribus” e di “nunc et in hora
mortis nostrae” è ben distante dallo stile, dal mondo, dalle
ragioni per cui Gounod l'ha sollecitata. E però non un incidente
di percorso. È piuttosto una moderna confessione, l'autoritratto
d'una donna che si confida solo per improvvise lacerazioni; ma così
inconfondibilmente che ci sembra che stia dubitando, cercando, pregando
anche per noi.
IL MESSAGGERO
Mina, l’Ave Maria è una preghiera jazz
Esce venerdì l’album ”Dalla Terra” in cui la
cantante reinterpreta arie religiose, da Monteverdi a Gounod
di Marco Molendini
ROMA - No, non c’è la sua foto, ma una Tac colorata. E’
questa la copertina di Dalla Terra, il nuovo disco di Mina (imballato
in un contenitore che propone il profilo della cantante come in un’incisione
d’argento), dedicato a una scelta di dodici arie tratte da mille
anni di tradizione musicale religiosa, dal canto gregoriano all’ottocento.
Il profilo inconfondibile è quello dell’ex Tigre di Cremona,
gli organi interni sono colorati di rosa e azzurro. Ma, l’idea di
offrire finalmente un’immagine reale della cantante, inizialmente
c’era. Idea poi sacrificata alla considerazione, come dice il figlio-portavoce
Massimiliano Pani, che le è stato vicino anche in questa avventura,
“che questo è un disco particolare, dove non puoi accompagnare
delle musiche sublimi con un ritrattino ufficiale”. Dunque, scelta
rinviata, magari alla prossima iniziativa. Che non sarà il disco
dedicato a Modugno (“ci stiamo ancora lavorando” assicura
Massimiliano), ma piuttosto un album di pezzi inediti. Ma ancora prima,
cioè a fine mese, Mina debutterà su Internet con un sito
interamente suo (www.minamazzini.com). “Vuol dire un luogo curato
da lei che conterrà ore di filmati, di musica, di foto inedite.
Insomma una raccolta completa di quello che ha fatto in tv, in radio e
al cinema, dischi compresi”, spiega Pani. Una finestra sull’inaccessibile
Mina, che dopo anni e anni potrà avere un contatto diretto con
il popolo dei suoi fan. Intanto, però, l’attenzione è
tutta su questo Dalla Terra, che nei giorni scorsi era stato in parte
anticipato su Internet e che, da venerdì, sarà disponibile
nei negozi (e popi verrà distribuito dalla Sony classic in tutto
il modno). Un album particolare, con una Mina assolutamente inedita. Una
Mina pagana, però, anzi fortunatamente sacrilega più che
immersa nello spirito religioso delle arie da lei scelte. La sua è
una rilettura assolutamente personale, che arriva perfino a trasformare
l’Ave Maria di Gounod quasi in una ballad jazz accompagnata da una
ritmica che scandisce un tempo leggero. Ma non c’è dubbio
che il risultato sia di gran fascino. Dove i contrasti sono il sale: una
Mina passionale come al solito, che offre una visione terrena di musiche
nate per esaltare lo spirto, nella tradizione dei canti gregoriani che
invece prevedono un’interpretazione distaccata, addirittura algida.
“E’ un disco d’elìte - ammette Pani - non pop,
non commerciale”. Ha ragione, è un qualcosa di insolito,
una cantante leggera che interpreta arie sacre (l’orchestra sinfonica
è affidata al compagno di tante escursioni musicali, Gianni Ferrio),
non rinunciando al suo linguaggio, anzi piegando quella musica alle sue
esigenze. “Un’operazione di cross over” aggiunge ancora
Massimiliano. La contaminazione spiazzerà qualcuno (chi, soprattutto,
è abituato ad ascoltare quei brani di musica in versione), ma non
c’è dubbio che si tratta di uno dei migliori dischi di Mina
degli ultimi anni. Forse perchè si è trattato di un lavoro
che ha richiesto una grandissima cura (“abbiamo fatto una minuziosa
ricerca filologica - spiega il figlio-portavoce, Massimiliano - affidata
a Luigi Nava e durata dodici mesi”): e la cantante ne trae beneficio,
perchè controlla la sua voce con estrema attenzione, evitando inutili
eccessi e compiacimenti, in un rigore interpretativo inusuale.
Come dimostrano due perle casuali: Voi ch’amate lo criatore (una
laude del tredicesimo secolo) e il Pianto della Madonna di Monteverdi,
entrambe accompagnate dal solo pianoforte di Danilo Rea: “Erano
nate come prove in studio, ma sono venute così bene che le abbiamo
lasciate così” dice Massimiliano. In effetti sono fra le
cose migliori del disco, soprattutto l’aria di Monteverdi, dove
la voce di Mina si mostra in pieno splendore.
Bellissima poi la versione di Quanno nascette Ninno, antenato del famoso
Tu scendi dalle stelle, trasformata in un song all’americana. Suggestivo
il Magnificat d’apertura, musicato da monsignor Marco Frisina su
un testo tratto dal Vangelo di Luca, sicuramente più suggestivo
del Quando corpus morietur di Pergolesi, condito da un curioso effetto
di parti vocali sovrapposte.
IL SOLE 24 ORE (29/07/00)
MINA, UNA VOCE PER LA MUSICA SACRA
Di Massimo Bongiovanni
Un critico musicale scrisse un giorno che, con la sua voce, lei potrebbe
cantare persino le "Pagine gialle". E con successo. È
vero: nessuno potrà mai mettere in dubbio che Mina ha qualità
canore straordinarie, con un timbro vocale inconfondibile e con l’invidiabile
capacità di sperimentare escursioni, sulla scala dei toni, assolutamente
irripetibili.
E Mina, infatti, si è permessa e si permette di cantare qualsiasi
cosa. Ma non è affatto una cosa qualsiasi quella che la cantante
cremonese — dopo oltre 40 anni di carriera artistica, molti dei
quali lontani dalle luci della ribalta — consegnerà venerdì,
con l’uscita ufficiale del nuovo disco "Dalla terra",
ai suoi sostenitori o, piuttosto, a chiunque coltivi una mai soddisfatta
curiosità musicale.
Già il titolo descrive un lavoro intimista che non ha alcun legame
con i precedenti. I tifosi di "Nessuno" e "La banda"
resteranno forse delusi. E probabilmente rimarranno sorpresi perfino coloro
che hanno seguito Mina lungo i sentieri, anche quelli più impervi,
dei variegati repertori fin qui affrontati: dal rock’n roll, alla
discomusic, dal jazz, al pop, fino a toccare le tradizioni napoletana
e sudamericana.
"Dalla terra" è però la più ambiziosa e
la più sofisticata delle avventure discografiche di questa artista.
Probabilmente la più struggente. È la raccolta di dodici
brani di musica sacra — i primi cinque dei quali sono disponibili
da oggi in anteprima sui siti Internet Sole24ore.it e Radio24.it —
selezionati scavando in una produzione gigantesca, in buona parte tuttora
sconosciuta, di composizioni realizzate in un arco temporale compreso
tra il settimo e il diciannovesimo secolo. E sono tutti interpretati da
Mina rispettando i testi originali.
Il risultato è un’opera che non segue un filo logico, sempre
che non si voglia considerare tale la sensibilità e il coinvolgimento
emotivo che Mina ha dedicato al servizio della scelta.
Un’opera che, attraverso le sue mille sfumature, trasmette quasi
la sensazione che Mina abbia voluto misurarsi non soltanto con la propria
destrezza vocale e il proprio mestiere: se non fosse azzardato il tentativo
di spiare nei sentimenti altrui, si potrebbe addirittura immaginare che
Mina abbia tentato l’impareggiabile operazione di riversare in un
disco la propria spiritualità.
In ogni caso, "Dalla terra" è qualcosa di più
di una semplice fatica discografica. I critici daranno le loro votazioni.
Qualcosa potrebbe anche non piacere. Non è neppure escluso che
qualche esperto tenti di rintracciare, fra le trame della rivisitazione
musicale, i passaggi di una rielaborazione tecnicamente azzardata. Ma
di sicuro nessuno potrà negare che Mina, con la sua voce, riesca
ad appropriarsi di un ruolo interpretativo assai suggestivo.
Lo si apprezza in tutti i brani contenuti nel cd. Per citarne alcuni:
il Magnificat, il mottetto Dulcis Christe di Michelangelo Grancini (XVII
secolo), nel quale Mina duetta con se stessa, Quanno nascette ninno, l’antenato
napoletano del celebre Tu scendi dalle stelle, Veni creator spiritu, attribuito
all’abate tedesco Rabano Mauro (VIII secolo). E ancora: Quando corpus
morietur, con il testo di Iacopone da Todi (XIV secolo) e la musica di
Giovanni Battista Pergolesi e, ultimo brano dell’opera, l’Ave
Maria di Gounod (fine del XIX secolo), ispirata a una melodia di Bach.
Ma come nasce questo disco?
“Dopo aver ascoltato alcune musiche gregoriane — spiega Massimiliano
Pani, che ha curato gli arrangiamenti accanto a Gianni Ferri e ricorrendo
alla collaborazione di musicisti del calibro del pianista Danilo Rea —
mia madre era rimasta incantata dall’energia che queste antiche
melodie sanno esprimere. E ci ha chiesto di approfondirne la ricerca.
Siamo partiti da un nucleo di tre testi, che sono poi rimasti nella struttura
del disco: "Voi ch’amate lo Criatore", uno dei più
famosi laudari di epoca medievale, cioè un canto religioso in volgare
che non deriva dalla liturgia tradizionale, l’"Omni die",
di autore sconosciuto, del XII secolo, e il "Pianto della madonna"
composto da Claudio Monteverdi nel 1608. Da qui abbiamo proseguito fino
a identificare una ventina di brani, che alla fine sono stati ridotti
a dodici”.
Il lavoro è stato svolto con la collaborazione del teologo Luigi
Nava, “che ha curato la fedeltà filologica e liturgica”,
e del direttore della Schola gregoriana del Duomo di Cremona, Massimo
Lattanzi. Le registrazioni sono state eseguite a Lugano e a Roma. Vi hanno
partecipato oltre 200 artisti, tra musicisti, coristi e tecnici.
“Mina — prosegue Pani — ha scelto i titoli definitivi
sulla base del proprio gusto personale e dell’intensità della
gioia o della sofferenza che le suscitava l’interpretazione. A questo
punto abbiamo iniziato a studiare l’arrangiamento. La difficoltà
è stata quella di trattare linguaggi musicali diversi: il gregoriano,
una melodia senza armonia, il garbo precursore di Pergolesi, la gigantesca
genialità di Monteverdi. E tutto questo anche operando sulla base
di lingue differenti: latino, volgare, persino dialetto napoletano e spagnolo”.
Pani aggiunge: “Credo che, con questo disco, sia stata trovata una
chiave per valorizzare delle perle musicali che hanno attraversato i secoli
mantenendo inalterata la loro grande forza evocativa. Inoltre penso che
nell’interpretazione Mina non abbia concesso soltanto la propria
voce, ma si sia lasciata trascinare da una sorta di condivisione verso
i contenuti dei testi”.
La coincidenza con l’anno giubilare, tuttavia, schiude le porte
a un sospetto: che si tratti di un’abile mossa di marketing. “Questa
— conclude Pani — è un’operazione che sappiamo
rischiosa sul fronte commerciale, ma che vuole essere piacevole perché
offre uno stato dell’animo. C’è stata forse, a livello
inconscio, una maggiore attenzione per i temi dello spirito dettata dal
Giubileo. Ma senza l’imprimatur di nessuno”.
CORRIERE DELLA SERA
IL DISCO
Dopo aver affrontato i classici napoletani, i cantautori, il jazz e il
blues, un viaggio nella tradizione religiosa con “Dalla terra”
(in uscita venerdì)
Mina sfida la musica sacra, poi canterà Modugno
Nell’album inni gregoriani, testi in latino, Pergolesi e Gounod.
L’anno prossimo omaggio all’artista scomparso
MILANO - Sarebbe piaciuto a Fabrizio De André questo “Dalla
terra”, nuovo sorprendente disco di Mina che esce venerdì,
spezzando la lunga tradizione di canzoni pop per puntare al cielo, al
divino, al soprannaturale, partendo però dal basso, dall'uomo e
dai suoi problemi, a somiglianza di quanto fece il grande cantautore nella
“Buona Novella” basata sui Vangeli Apocrifi. Mina, entrata
nel gruppo Sony per un gioco di scatole cinesi societario (Pdu comprata
da Rti music a sua volta comprata da Sony) si cimenta per la prima volta
con la musica sacra e con il canto gregoriano secondo un personalissimo
percorso che la vede cantare in latino, in spagnolo e in napoletano arcaico,
in una originale mescolanza di composizioni originali su schemi sacri
e ardite riletture di classici come il “Pianto della Madonna”
di Claudio Monteverdi o “Quando corpus morietur” di Giovanni
Battista Pergolesi tratto dallo “Stabat mater”. Uscita legata
al Giubileo? Roberto Magrini, amministratore delegato della S4 che pubblica
“Dalla terra”, lo nega. La stessa Mina avrebbe spiegato ai
suoi collaboratori l'operazione in questi termini: “Tutte le esecuzioni
della musica sacra sono state fino ad oggi belle ma impersonali, forse
per paura di mancare di rispetto. Io ho deciso di colmare questa lacuna”.
Il percorso, che si apre con una composizione originale di monsignor Marco
Frisina su testo tratto dal Vangelo di San Luca offre climi e atmosfere
molto varie nonostante l'apparente monotematicità. Bach, Mozart,
Canto gregoriano con alcune punte commoventi con il Pianto della Madonna
di Monteverdi o in “Quando nascette ninno” che ha l'impatto
di una “Stille Nacht” partenopea. Nella sua carriera Mina
ha cambiato molti cappelli, nel senso che ha affrontato i generi più
vari (e fa sapere che nel 2001 affronterà i successi di Domenico
Modugno): dai cantautori ai classici napoletani, dalla musica sudamericana
al jazz e al blues. Si è sempre adeguata all'habitat musicale e
linguistico della situazione, fino a un certo punto. L'aver marchiato
col suo stile ogni genere affrontato è stato letto come prova di
genio dagli ammiratori e come arroganza sguaiata dai detrattori.
A maggior ragione la polemica su Mina sacra è già dietro
l'angolo: i cultori della musica colta rileveranno che la signora, nonostante
le eccelse qualità donatele dalla natura, non è una cantante
“di scuola”, stravolge alcuni schemi del canto gregoriano
in “Veni creator spiritus” e compie acrobazie sopra le righe
nell’Ave Maria di Gounod. Ma quel che per taluni è un limite,
probabilmente è ancora una volta il pregio dell'operazione, a prima
vista lontana da qualsiasi logica commerciale o di mercato, in un viaggio
spirituale fra la speranza, la gioia, il mistero, il dolore, la fede,
fra i campi lunghi dell’universo mistico della liturgia pentecostale
(“Veni creator spiritus”) e primi piani di umanità
pura, come le lacrime di Maria, più donna che madre di Dio, o quella
notte luminosa di Betlemme in cui “la pecora pascia cu’ lione”
(la pecora pascolava col leone).
Difficile prevedere come i fan della cantante accoglieranno questa scelta,
davvero singolare. In copertina un bassorilievo argentato col profilo
della cantante e all'interno una sorta di tomografia a colori della stessa
sezione corporea.
Da segnalare la direzione e gli arrangiamenti di Gianni Ferrio, antico
amico e collaboratore Mina (che inserisce chitarre hawaiane in “Qui
presso di te”) e il pianoforte di Danilo Rea.
Per la prima volta Massimiliano Pani, primogenito della cantante, non
appare come produttore, ma solo come coordinatore artistico.
Mario Luzzato Fegiz
CORRIERE2
L’ASCOLTO
Grande voce perduta nella moda delle lagne medievali
Non ci voleva Mina per capire come la vita musicale sia stata ormai assorbita
per intero nella sfera del sacro, o meglio, di un para-sacro fatto di
misticismo all’acqua di rose, di visioni angeliche e vaghe suggestioni
arcaicizzanti. Tutti, da Paul McCartney a Luis Bacalov, dagli esotericissimi
compositori estoni-cult a Sua Santità, pubblicano dischi traboccanti
di orazioni, estasi, salmodie, preci e incensi, silenzi e “voci
nel deserto”, “rielaborazioni” e “rivisitazioni”,
arrangiamenti e cori di cherubini. Dalla new age alle partiture del colonnello
Pappalardo, la musica s’è consegnata armi e bagagli a quello
strano amplesso di business e aureole che ha fatto tracimare il Giubileo
in ogni anfratto del mondo sonoro. L’“operazione” (altra
parola idolo) di Mina è dunque l’ennesima del filone (d’oro,
a giudicare dai successi commerciali) e si regge soprattutto sulla bellezza
di voce della cantante. Mina, la saggia, non cerca di trasformarsi in
cantante lirica, e disinvoltamente incide ambo le parti dello “Stabat
Mater” di Pergolesi per mixare poi il risultato. Lei resta bravissima,
soprattutto quando può liberare l’emotività lontano
da certe lagne pseudo-medievali snocciolate nel disco con troppa frequenza.
Ma si sarebbe preferito ritrovarne la sensualità e la malinconia
in un àmbito diverso da questo insopportabile sciroppo. Quasi tutti
i brani sfoggiano aloni e risonanze (l’eterna ricetta new age) sopra
melodie talora furbescamente carezzevoli, talora sublimi nella scarna
veste originale (Pergolesi, Monteverdi), e però ignominiosamente
e spudoratamente ribattezzate nel glucosio. Che voglia di freschezza,
di trasparenza, di un martini dry dopo questo disco.
di Francesco M. Colombo
LA STAMPA
Mina proviamo anche con Dio
Marinella Venegoni
MILANO Il Virgilio della situazione è Massimiliano Pani, che preferirebbe
stare al riparo del lavoro di coordinatore artistico di sua madre; questa
volta però, la scelta di Mina è davvero temeraria, una guida
diventa indispensabile: la madre di tutte le cantanti ha infatti inciso
“Dalla terra”, un disco che esce venerdì e contiene
composizioni sacre della tradizione cattolica. Si apre con il Magnificat,
testo in latino tratto dal Vangelo di Luca, si chiude con l’Ave
Maria di Gounod; la scelta dei 12 brani è della stessa interprete,
che sottolineando la propria esclusiva responsabilità ha voluto
mettere insieme vari filoni: quello per così dire etnico di “Quanno
nascette Ninno” (canto secentesco di sant’Alfonso Maria de’Liguori
in dialetto napoletano, da cui derivò il natalizio “Tu scendi
dalle stelle”) e quello maestosamente liturgico del “Veni
Creator Spiritus”, inno della Pentecoste che si vuole risalga al
600-700 dopo Cristo, magnifico esempio di canto gregoriano. Per “Quanno
nascette”, la rielaborazione è stata affidata al chitarrista
di scuola rock Andrea Braido, mentre a lavorare sul “Veni Creator”
è stata una vecchia conoscenza, Gianni Ferrio ora intorno ai settant’anni,
maestro con Mina, in tempi migliori, di splendidi tv-show di cui càpita
fra questi solchi di annusare le profumate memorie: se si aggiunge che
il coro di tutto l’album è quello della Schola Gregoriana
del Duomo della patria Cremona, si potrà meglio comprendere l’effettiva
arbitrarietà dell’intera operazione, il suo stare in equilibrio
su un esile filo fra rilettura rispettosa e invece proprio la canzone-canzone
(è il caso di “Qui presso di te” attribuito ad anonimo
del XIX secolo oppure addirittura a Mozart: lo si può ballare sulla
mattonella).
Spiega dunque Massimiliano Pani: “Tutto è cominciato con
"Pianto della Madonna" di Monteverdi e "Voi che amate lo
criatore", per sola voce e pianoforte di Danilo Rea: nel disco, è
rimasta la prima prova. Nella tradizione, il canto tesse il filo del racconto,
mentre Mina vive queste musiche in modo laico, dà la sua emozione
al senso di dolore umano della Madonna per la morte del Figlio”.
Aggiunge Pani, giustamente, che di commerciale in questo disco non c’è
davvero nulla: “La mamma ci crede tantissimo e si espone al rischio
di vendere poche copie”. Chapeau, da questo punto di vista, all’ennesimo
riuscito tentativo di Mina di sconvolgere i propri fans, mettendoli in
contatto con un mondo poco frequentato negli anni recenti malgrado l’esplosione
di religiosità; “lei ha ascoltato un’immensa quantità
di materiale - spiega ancora Max - e ha pensato che poiché forse
il pubblico non lo conosce, avrebbe scelto ciò che secondo lei
era il meglio”. Sono stati chiesti, nel percorso, aiuti autorevoli:
del teologo Luigi Nava, dello storico Massimo Lattanzi; poi la parola
è passata a nostra signora, la donna che dal “Cielo in una
stanza” in poi, in 40 anni, ha frequentato di tutto: dal pop al
rock alla musica napoletana e ora a quella gregoriana.
Ma perché mai Mina, personaggio controcorrente, abbraccia il Sacro
proprio nell’anno del Giubileo e dei due milioni di giovani dal
Papa a Ferragosto? “Non è stata cavalcata nessuna tigre -
risponde Massimiliano -. Siamo alla fine dell’anno, e non so comunque
quanto il fermento religioso l’abbia contagiata: questa non è
operazione abbinata a qualcosa. Se vuole, è un omaggio a chi vive
la religiosità”. Pare intanto che la Sony Classic, ritenendo
l’album una giusta mescolanza fra pop e classica, abbia deciso di
distribuirlo in tutto il mondo.
La prossima fatica di Mina, sarà un omaggio a Modugno: “Ci
stiamo lavorando - confessa Pani -. Non so quando uscirà”.
Ma contate per caso di finire in classifica con il Magnificat?
“Sarebbe pazzesco, ma Mina non si preoccupa, ci crede come forse
non mai per il valore artistico: qui dentro, ci sono mille anni di musica”.
Il 20 ottobre, infine, appuntamento con l’apertura del sito ufficiale
della Tigre: minamazzini.com.
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